Tecnologie per l'interazione tra persone e organizzazioni.

Social media, business e impegno sociale

Quando un accorto utilizzo dei social media favorisce il business e contribuisce a diffondere la filosofia aziendale? È il caso di Chipotle, la catena statunitense di ristoranti con il pallino della qualità, sia del cibo che del servizio

Chipotle conta 1.200 ristoranti sparsi in tutti gli Stati Uniti. E quasi due milioni clienti che usando quotidianamente i social media. Ma, soprattutto, ha un obiettivo: far sì che la gente cominci a valutare da dove proviene il cibo che gli viene offerto.

L’azienda infatti si rifornisce da piccole fattorie a conduzione familiare, evitando i grandi distributori che operano su scala industriale. E per comunicarlo, ha scelto di usare le piattaforme social anziché i media dell’advertising classico. E i risultati non sembrano mancare, visto che nel 2011 ha visto aumentare le presenze nei propri ristoranti di oltre il 10%.

Ma il dato veramente interessante è il “come” Chipotle ha scelto di usare i social media. Ossia con il cosiddetto “approccio one to one”; così, se su Facebook risponde all’83% dei messaggi ricevuti, su Twitter la percentuale arriva fino al 90%.

Risultati raggiunti grazie a un’attività condotta a tempo pieno, che ha comportato l’assunzione di tre persone dedicate solo a questo. Tra l’altro, su Twitter e Facebook ognuno dei tre si firma con il suo nome, permettendo ai membri della comunità di conoscere personalmente le diverse voci della squadra.

E la cosa funziona a meraviglia. Ad esempio, uno studente di marketing digitale a Londra, dice che Chipotle tratta i clienti come individui. “Quando mi rispondono, spesso includono cose come: ‘Come va la scuola?’ o ‘Quando torni negli Stati Uniti?

Un approccio che, con i media tradizionali, sarebbe davvero impossibile.

Lanciare un’APP internazionale, in tre passi

Con il proliferare del web 2.0, cresce anche il numero delle APP sviluppate per i consumatori di tutto il mondo. Ecco un semplice vademecum dedicato alle aziende che vogliono incidere sui mercati internazionali.

Ormai ci siamo abituati. Infatti, si può dire che non passi giorno senza che nasca una nuova applicazione destinata a un pubblico che è sempre più internazionale. A conferma di quanto stiamo dicendo, un semplice dato: nel 2011, tra l’APP Store di Apple e il Google Android Market si sono registrati ben 20 miliardi di download (http://mashable.com/2011/12/06/android-market-10-billion-downloads/).

Ma, come spesso accade, non sempre al lavoro degli sviluppatori corrisponde un risultato adeguato. Così Edith Yeung (http://about.me/edithyeung), responsabile marketing di Dolphin Browser (http://www.dolphin-browser.com/) e socio fondatore di RightVentures (http://www.rightventures.com/), nell’intervento su Mashable, ha pensato bene di suggerire alle aziende tre semplici mosse per far sì che il lancio di una APP a livello internazionale abbia il successo sperato.

Passo 1: Translation
Anzitutto, partire senza strafare. Secondo Yeung, all’inizio è bene non investire troppe risorse sull’aspetto internazionale, limitandosi a una traduzione semplice e puntuale delle funzionalità della APP nelle diverse lingue. In questa fase, sarà utile prestare attenzione alle culture e alle frasi idiomatiche dei paesi che si vogliono raggiungere, usando linguaggi specifici per ognuno di essi.

Passo 2: Localization
Il secondo passo da compiere è quello di tenere d’occhio le statistiche relative ai download, individuando le aree di maggior interesse. Una volta selezionate, si potrà incidere maggiormente attraverso contenuti che siano particolarmente significativi per il target di riferimento, scegliendo icone, colori, grafiche e simboli particolari a seconda del Paese in questione.

Passo 3: Internazionalization
La terza e ultima fase riguarda la creazione di Local Team nei singoli paesi dove si è lanciata l’APP. La “presenza sul campo”, per quanto costosa, è considerata fondamentale e rappresenta un investimento destinato a ripagarsi nel giro di poco tempo.

Come si evolve il mondo dei social media

Come noto i social media sono in evoluzione continua. Secondo l’ultimo rapporto di GlobalWebIndex, il fenomeno più recente segna una curiosa inversione di tendenza: sono in forte diminuzione i contributi “originali” degli utenti, che invece sempre più si limitano a condividere link ad articoli presi da altre fonti.

In pratica, la maggior parte degli utenti (soprattutto di Facebook) dimostra di fidarsi più delle informazioni ufficiali, o comunque elaborate da professionisti, che di quelle inserite al volo dagli altri utenti. «Si consumano meno contenuti prodotti dagli utenti e si riscoprono i media tradizionali come fonte di informazione», recita il rapporto. Insomma, sembrerebbe che il cosiddetto web 2.0, basato sui contributi “dal basso”, si stia riorganizzando in modo da accogliere i benefici del web “vecchio stile”, cioè delle informazioni strutturate secondo il flusso “top-down”.

Questo fenomeno è senz’altro una buona notizia per giornali e giornalisti, che ritrovano un ruolo di recente messo in discussione dalla grande massa di informazioni provenienti dai social network. Ma è probabilmente un bene anche per l’informazione in sé, che dovrebbe basarsi sulla ricerca di fonti autorevoli e poi sulla loro verifica.

Anche per le aziende, e soprattutto per quelle di grandi dimensioni e grande impatto visivo, dovrebbe essere una occasione da cogliere, accrescendo la propria presenza sul Web. L’informazione aziendale, infatti, quando è seria, può essere accusata di essere di parte, ma certamente non di essere poco professionale. Il che, in un sistema democratico, trattandosi al massimo di “partigianeria esplicita”, è comunque un arricchimento della dialettica, e quindi dell’informazione stessa. La cosa vale anche per strumenti pensati per un’ottica strettamente aziendale, come per esempio, Linkedin, il più importante social network professionale a livello mondiale, utilizzato come “piattaforma” per facilitare la condivisione delle informazioni all’interno e all’esterno delle aziende.

I nuovi orizzonti della “ sostenibilità 2.0”

La maggior parte delle grandi aziende utilizzano i social network per diffondere le proprie iniziative in materia di responsabilità sociale (CSR, dall’inglese Corporate Social Responsibility). È il concetto di sostenibilità 2.0, che consiste appunto nell’integrare le strategie di CSR con l’uso evoluto dei social media.

Il fenomeno è in forte espansione: uno studio realizzato a fine 2010 da Zumer Interactive su 50 grandi aziende americane (multinazionali del calibro di Citigroup, Cisco Systems, Chevron, McDonald’s, Coca-Cola, Pepsi e simili) ha evidenziato che il 62% delle imprese considerate discute su Twitter di temi sociali e ambientali, il 22% su Facebook, il 66% ha un blog aziendale sulla CSR e il 42% ha condiviso sui maggiori social network il proprio rapporto di sostenibilità.

L’interesse da parte delle imprese è evidente, poiché essere percepiti come leader in un’ottica di sostenibilità paga in termini di immagine e di rafforzamento del brand. Inoltre, rispetto al budget aziendale complessivamente investito da una grande impresa in attività di CSR, l’investimento in “sostenibilita 2.0” è minimo: in media circa 100.000 dollari l’anno, secondo Zumer. Il che lascia presumere che nei prossimi anni si registrerà un vero e proprio boom delle attività, con investimenti che sono previsti aumentare – solo negli USA – dai 250 milioni di dollari del 2010 a 1 miliardo entro il 2015.

D’altra parte, è anche interessante osservare che in questo caso l’interazione tra imprese e social media sembra funzionare più che per altri settori. Infatti, una volta innescato il meccanismo, le imprese si sentono in qualche modo obbligate a recepire le indicazioni che vengono dal basso, con il risultato che le attività di “sostenibilità 2.0” diventano esse stesse un motore di promozione della sostenibilità.
La ciliegina sulla torta – da un punto di vista strettamente commerciale – è che in tema di sostenibilità il feedback con i cittadini non si risolve in un generico “mi piace, non mi piace”, ma quasi sempre stimola il dibattito e le proposte, presentando spesso l’opportunità di nuovi mercati per prodotti e servizi trascurati dalle imprese e invece spinti dai cittadini.

Le dinamiche tribali dei social network

Si parla spesso della “tribù di Facebook”, di quella di Twitter eccetera: l’insieme degli utenti di un social network è in effetti un gruppo caratterizzato da un linguaggio, determinate abitudini e regole non scritte di interazione sociale.

Ora queste dinamiche “tribali” sono state analizzate da una ricerca scientifica italiana: un gruppo di matematici della Scuola internazionale di studi superiori avanzati (SISSA) di Trieste ha analizzato il comportamento degli utenti dei social network usando un algoritmo mutuato dalla fisica statistica.

La conclusione è che gli utenti tendono ad aggregarsi in comunità dalle regole basilari: si diventa amici degli amici e nemici dei nemici. Così chi è popolare in una certa cerchia, estenderà sempre di più le sue conoscenze e il suo successo; viceversa, chi inizia a essere respinto da una parte del clan alla lunga viene rifiutato da tutti gli altri: «Quando una comunità è d’accordo che uno o più individui sono da isolare, questi ultimi attireranno tanti giudizi negativi senza per questo “sbilanciare” la rete».

Le conclusioni dello studio confermano la cosiddetta teoria sociale dell’equilibrio formulata negli anni Cinquanta del secolo scorso dallo psicologo Fritz Heider: le persone, per evitare attriti spiacevoli, tendono ad adeguarsi in modo conformistico alle scelte dei propri amici o dei propri ispiratori.

Per arrivare a queste conclusioni, i ricercatori hanno studiato in particolare le comunità virtuali “minori” nelle quali, oltre ai feedback positivi (come il tasto “mi piace” su Facebook) ci sono anche quelli negativi.

Lo studio ha riguardato le persone, ma le sue implicazioni si estendono immediatamente anche alle aziende e ai marchi: la logica tribale è infatti la stessa anche su network che si occupano di aspetti commerciali – come Epinions, usato dagli utenti per valutare e confrontare i vari prodotti – o tecnologici, come Slashdot.

Paesi “emergenti”, anche nella partecipazione on line

Utenti statunitensi ed europei: lettori passivi; utenti cinesi, indiani e sud-americani: attori attivi dei social media. È quanto emerge da una recente rilevazione dell’istituto di ricerca Forrester, che ha coinvolto 95 mila cittadini del web in diciotto paesi.

Sebbene gli utenti dei social media, in Nord America e in Europa, rappresentino tra il 79 e l’86 percento della popolazione online, circa il 70 percento degli utenti negli Stati Uniti e in Europa sono “spettatori”: leggono tweet, blog, commenti nei forum, opinioni su prodotti o ascoltano podcast, ma non contribuiscono.

Solo il 24 percento degli americani, infatti, sono classificati come “creatori”: pubblicano articoli, popolano blog o caricano contenuti video o audio. Questa cifra perde un ulteriore punto in Europa: 23 percento.
In India, al contrario, i “creatori” sono oltre l’80 percento e in Cina il 76 percento.

Anche dal punto di vista della mera “presenza”, l’analisi ha rivelato che il 93% degli utenti web in Brasile, Cina, India e Messico usa i social network almeno una volta al mese, mentre in Europa gli utenti mensili ammontano a meno della metà del totale (49 percento).

Il 36 percento negli Stati Uniti e il 26 percento in Europa si limitano semplicemente ad aggiornare il proprio status o ad inviare un tweet giornaliero, mentre un altro 36% degli americani, e il 33% degli europei, prendono parte alla valutazione di prodotti, commentano sui blog e nei forum o partecipano all’implementazione di materiale su siti come Wikipedia.

La ragione di una maggiore partecipazione nei mercati emergenti è duplice: in primo luogo, motivi demografici, poiché gli utenti dei paesi emergenti sono mediamente più giovani, e le nuove generazioni tendono ad essere più impegnate nella partecipazione sui social network; secondariamente, perché i social media, in USA ed Europa, sono entrati in contatto con un pubblico già in possesso di una propria “routine on line”, mentre nei paesi emergenti Internet è ha trovato maggiore diffusione solo negli ultimi anni, successivamente all’affermazione dei social media, che sono divenuti in tal modo un elemento centrale della partecipazione online fin dall’inizio.

Più della metà degli utenti Twitter e tre quarti degli utenti Facebook, ad oggi, non risiedono negli USA, e considerate le prospettive di crescita economica e demografica dei paesi emergenti il trend è destinato ad aumentare, con possibili cambi di strategia di marketing per aziende che, come Facebook, nascono inizialmente confinate all’interno del mercato statunitense.

Con Google il social network diventerà semantico

Arriva il social network semantico. E anche il motore di ricerca semantico. Anzi, saranno la stessa cosa. Sembra molto complicato, a partire dal parolone (semantico significa “relativo ai significati”), ma sarà semplicissimo per gli utenti, che dovranno solo continuare a usare i social network e i motori di ricerca. Anzi, un determinato motore di ricerca (Google) e un determinato social network (Google+, ovviamente). Loro faranno il resto del lavoro, cioè capire cosa vogliamo dire e cosa cerchiamo.

La complicazione sarà per l’azienda che realizzerà questa integrazione futuribile: il colosso di Mountain View ha acquistato un brevetto della Ibm per sviluppare il progetto, cioè un algoritmo molto più “intelligente” di quello usato oggi da Google. Il nuovo motore semantico capirà il significato delle parole, e non si fermerà più alla lettera. Per esempio, non si limiterà a suggerire link sulla base delle parole che digitiamo, ma capirà i nostri desideri incrociandoli anche con quello che scriviamo sulla nostra pagina di Google+. In altre parole sarà in grado di risalire ai motivi di quello che scriviamo e a proporci le soluzioni più opportune.

Viceversa, il social network potrà suggerirci di conoscere nuove persone non solo sulla base degli “amici degli amici”, ma anche valutando le nostre ricerche su Google e gli interessi delle nostre conoscenze.

Di conseguenza, sia le inserzioni pubblicitarie sia i rimandi ad altre pagine e persone su Google+ saranno sempre più tagliati su misura e saranno sempre meno i suggerimenti fuori target. È probabile che qualche problema possa nascere in merito a questioni di privacy. Ma sicuramente troveranno una soluzione: è infatti sempre più evidente che la direzione in cui sta andando il mondo dei social media è quella del web semantico.

SOPA, PIPA, ACTA: chi ha paura della pirateria?

Sopa e Pipa, le due proposte di legge presentate al Congresso USA per tutelare i diritti d’autore e limitare la pirateria on line, sono state ritirate, e hanno perso la loro battaglia contro il popolo della Rete. O quasi.

L’opposizione allo Stop Online Piracy Act (SOPA) e al Pipa (Protect Intellectual Property Act) non è certo stata condotta solamente dai sostenitori della pirateria on line, già scossi dalla chiusura di Megavideo e Megaupload, da parte dell’FBI.

A far valere il loro peso, infatti, sono stati soprattutto i giganti della Silicon Valley, dichiaratisi contrari alle due proposte di legge: Facebook, Google, Amazon, Twitter, Yahoo!, eBay, con la sorprendente partecipazione di Microsoft. Anche Wikipedia, ovviamente, ha chiuso per 24 ore.

Chi ha nutrito timori di un giro di vite contro la libertà sul web, della fine dello streaming gratuito e del download facile, potrà constatare l’infondatezza delle proprie paure. La disfatta di Sopa, ritirato dal suo stesso promotore, e di Pipa, la cui discussione viene procrastinata a data da destinarsi, sono la prova lampante che il fenomeno della condivisione dei contenuti protetti sul web è ormai inarrestabile. La chiusura di Megavideo e Megaupload, inoltre, non può non ricordare l’inconcludente vittoria (in un’ottica di lotta alla pirateria) contro Napster, nel 2001.

Nel braccio di ferro tra le major dello spettacolo, decise a tutelare i propri introiti, e i nuovi poteri forti del web 2.0, che proprio dalla condivisione di materiale generano il proprio traffico, gli ultimi hanno avuto la meglio.

Nel frattempo, il 26 gennaio 2012, è stato siglato a Tokyo, dopo una gestazione quinquennale, l’Anti-Counterfeiting Trade Agreement o ACTA, la proposta di un accordo commerciale plurilaterale dedicato alla protezione della proprietà intellettuale. L’obiettivo principale dell’accordo è la creazione di standard internazionali, per rendere effettiva la tutela dei diritti di proprietà intellettuale e contrastare contraffazione e pirateria.

A Giugno l’Europarlamento è chiamato a ratificare l’accordo, ma le proteste sul web si stanno già diffondendo, ed è sufficiente digitare ACTA nei motori di ricerca per intuire quale sia l’umore generale.

Open Data

La pratica di rendere disponibili in Rete dati di imprese, aziende e amministrazioni pubbliche può contribuire a creare una nuova economia, migliorare la qualità della vita dei cittadini e fornire alle imprese nuove opportunità di business. Lo hanno ben capito molti paesi (USA, Regno Unito, Islanda, Australia, Nuova Zelanda, Grecia) che adottano politiche di Open Data aprendo la strada alle molteplici applicazioni che ne possono nascere.

In Italia, invece, nonostante siano in molti ad auspicare la “liberazione” dei dati pubblici, sono pochissimi gli esempi di amministrazioni e aziende che tentano questa via in fase sperimentale. Tra queste, la prima è stata la Regione Piemonte mentre tra le aziende italiane, un passo importante è quello compiuto da Enel, che sta sperimentando questa innovazione rendendo accessibili i propri dati attraverso il sito Enel Open Data (beta).

Con in testa i tre obiettivi –  aumentare la trasparenza ed il coinvolgimento da parte di tutti gli stakeholder, migliorare il business e favorire l’innovazione, – è stato realizzato, in versione ancora beta e quindi soggetto a future evoluzioni, un sistema in cui sono descritte le attività svolte nella produzione di energia e il bilancio. Tutti i dati (economico-finanziari e dati di sostenibilità) sono distribuiti in 3 formati (XLS, CSV e XML) collegabili anche a documentazione di analisi e a sistemi di visualizzazione.

Un ottimo punto di partenza che crescerà nel tempo. Un’inziativa aperta ai suggerimenti degli utenti e alla comunità Open Data che si è dimostrata attenta e disponibile a condividere i propri commenti in modo costruttivo con l’azienda.

Ciao Giuseppe.

Oggi ho perso un caro amico, Giuseppe Currà.

Ciao Giuseppe mi piace ricordarti così.

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Stop SOPA