Startup. Se non Italia, dove?

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Imprese 2.0 tra boom e nuova bolla. Tanti mentori, pochi capitali e il bisogno di affidarsi alla “mano che nasconde”. Tra difficoltà e possibilità il bicchiere è mezzo pieno

“Tutti mi chiedono, tutti mi vogliono”. Non è al Figaro di Rossini che penso, ma alle startup. In quest’ultimo periodo le imprese 2.0 sono al centro di mille attenzioni in Italia: da più parti sono indicate come modello per uscire dalla crisi, ma si confrontano già i partiti del boom e della nuova bolla.

In Italia le startup innovative sono oltre 1200 alle quali si aggiungono una rete di incubatori d’impresa pubblici e privati, parchi scientifico-tecnologici, spazi di coworking e competizioni. Il Politecnico di Milano ha realizzato un censimento delle imprese 2.0 nel Bel Paese pubblicando i dati con “The Italian Startup Ecosystem: Who’s Who”. Ma dallo studio emerge un panorama nazionale ancora confuso.

Tanti mentori pochi capitali, è la sintesi che Il Sole 24 Ore e Wired – per citare due tra le tante testate che insistono sul tema – danno della via tricolore alle startup. E se il quotidiano di Confindustria parla di “un’immagine che risente davvero di vizi e virtù tutte italiane”, la Bibbia di internet racconta case history e presenta investitori che scommettono su imprese 2.0 “nonostante l’Italia”.

Se Steve Jobs fosse nato in provincia di Napoli, la storia ironica che aveva conquistato il web nel 2011, ripercorre quello che ancora oggi può capitare a un imprenditore 2.0 nel sud del Paese, ma non solo. L’Italia non ha un grande appeal per le imprese (piccole e grandi), ma questa non è una novità (purtroppo). E le startup sono forse le più esposte a burocrazia, lungaggini e dinamiche sulle quali da anni si spendono studi, saggi e inchieste giornalistiche.

Ma in Italia c’è posto per le startup? Si. Tra difficoltà e possibilità vedo il bicchiere mezzo pieno. Non foss’altro che lavoro in un azienda che ha destinato 15 milioni di euro in tre anni alle imprese 2.0 e che conosco startup che dimostrano come, anche in Italia, ci sia spazio per creatività e si possa fare innovazione. Di certo viviamo in un Paese difficile, ma questo – paradossalmente – costringe startupper e entrepreneur ad applicare a pieno uno dei pilastri delle imprese 2.0, quello che Albert Hirschman definì il “principio della ‘mano che nasconde’”. Ricordate? “Dal momento che inevitabilmente sottovalutiamo la nostra creatività, sarebbe giusto sottovalutare grosso modo nella stessa misura le difficoltà dei compiti cui dobbiamo far fronte in modo da essere indotti alla compensazione delle due sottovalutazioni a intraprendere iniziative che sono alla nostra portata, ma che diversamente non avremmo osato affrontare”.

Tra successi (molti) e fallimenti (tanti), le startup italiane possono di certo contribuire al rilancio del Paese dal punto di vista culturale. L’abitudine all’autocensura preventiva “perché tanto in Italia non si potrà mai fare” interessa un po’ tutti gli ambienti lavorativi. Le imprese 2.0 possono smuovere quest’aria di disincanto a priori. E soprattutto in un contesto professionale come il mio, digital oriented per definizione, chi percorre le possibilità di innovazioni offerte dalla tecnologia è più che benvenuto.

“La creatività ci coglie sempre di sorpresa” scriveva Hirschman. E credo che questo blog sia un posto dove poter dare spazio a questa sorpresa raccontando le startup che conosco e tutte quelle imprese 2.0 che, cercando spazio per farsi notare, vogliano usare queste pagine per mettere in piazza la loro impresa.

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